Il papato e l’alto clero cattolico hanno mai accettato i principi costituzionali che sono alla base dei moderni stati occidentali? O li hanno invece sempre osteggiati? La questione riguarda l’uguaglianza, l’autonomia individuale, i diritti umani e civili, la separazione dei poteri, la sovranità popolare, la laicità dello Stato. La democrazia trova nelle gerarchie ecclesiastiche un alleato o un avversario? Come e quanto il Vaticano incide ancora oggi sull’elettorato, sui partiti politici e persino sul Parlamento della nostra Repubblica? Esaminando i documenti ufficiali di papi, sinodi e concilii emerge chiaramente che la chiesa gerarchica non solo è ancora lontanissima dalla democrazia ma ne costituisce, soprattutto in Italia, il principale ostacolo.

IN LIBRERIA

ITALY, VATICAN STATE
Michele Martelli
Fazi editore

Nell'attuale disputa sulla questione morale che vede i detentori di verità assolute asserviti alla Ragion di Stato (vaticana), il libro denuncia la millenaria ambiguità della Chiesa di Roma, fautrice di una morale a corrente alternata, tenacemente impegnata a maneggiare le chiavi del potere mentre promette quelle del Paradiso. In costante crescita è l'ingerenza del Vaticano nella sfera pubblica e il proposito di imporre il suo imprimatur alle istituzioni di ogni ordine e grado, al punto che persino il rifiuto dell'UE di menzionare nella Costituzione europea le "radici cristiane", ripetutamente rivendicate dai due pontefici Wojtyla e Ratzinger, sarebbe il segno della perdita da parte del continente della propria identità. Nell'indagare queste pressioni l'autore spiega come nei secoli l'affermazione in Occidente della moderna concezione laica e democratica dello Stato abbia coinciso con la manifesta e incessante opposizione delle gerarchie cattoliche. Dalla sovranità popolare alla separazione dei poteri, dallo Stato di diritto al principio di tolleranza fino alla libertà della scienza: la modernità in Europa ha emarginato le pretese teocratiche della Chiesa di Roma.

sabato 18 febbraio 2012

La Chiesa è compatibile con la democrazia?

Pubblichiamo un capitolo dal libro "La Chiesa è compatibile con la democrazia?" di Michele Martelli, in questi giorni in libreria per Manifestolibri.

di Michele Martelli

La prima Sede [= Santa Sede] non può essere giudicata da nessuno. Codice di Diritto Canonico, canone 1404
I cattolici nella Chiesa sono nella stessa situazione giuridica dei sudditi di molti dittatori che ci sono stati nel mondo. José Maria Castillo, teologo

1. Non immobilismo, ma «aggiornamento»: fu questa la parola usata da Giovanni XXIII per sintetizzare l’indirizzo programmatico del Concilio Vaticano II, volto ad aprire la Chiesa alle novità, ai mutamenti storici e al progresso, a rivitalizzarla, stimolando la sua «capacità di studiare i segni dei tempi», la sua «agilità di tutto provare e di far proprio ciò che è buono, sempre e dappertutto» (così scriveva Paolo VI, nell’enciclica Ecclesiam Suam, n. 52, del 6 agosto 1964).
La Chiesa conciliare, per aprirsi ai tempi, alla modernità, alla tolleranza, ai diritti umani, al pluralismo, alla scienza, al liberalismo, alla laicità e alla democrazia, avrebbe dovuto non solo «aggiornarsi», ma rinnovarsi, riformarsi profondamente, ridi- mensionando il suo potere temporale, smantellando il suo elefantiaco apparato gerarchico, convertendosi al relativismo scientifico e democratico.

Una mutazione genetica, si capisce. Ma non impossibile. Rivelatasi comunque utopistica. I rinnovatori e riformatori conciliari, preti, vescovi, teologi e cattolici di base, antitemporalisti, antigerarchici e antiassolutisti, sono stati presto emarginati, inquisiti, perseguitati, scomunicati, repressi dalle alte gerarchie. Ha prevalso il clero immobilista, la gerontocrazia vaticana. A concilio finito, si è presto messo in moto il processo di restaurazione. Protagonisti il papa polacco e il suo prefetto Ratzinger, che hanno gradualmente svilito e debilitato ogni speranza riformatrice. Papa Wojtyla, che con i «tre banchieri di Dio», Sindona, Calvi e il cardinale Marcinkus, avalla lo scandalo dello IOR, la Banca vaticana; che santifica José Maria Escrivà de Balaguer, il capo carismatico dell’Opus Dei filofranchista, facendone una prelatura personale; che beatifica il primate della Croazia ustascia, l’arcivescovo Stepinac, che appoggiò il regime filonazista del duce Pavelic; che benedice il macellaio cileno Pinochet, condannando la Teologia della liberazione latino-americana; che promuove e potenzia CL e la Compagnia delle Opere, due rilevanti espressioni dell’integralismo cattolico italiano; – un papa insomma che fa politica, potente tra i potenti, che provvede alle ricchezze e al potere della Chiesa, che emargina e condanna critici e dissidenti, fa ovviamente il contrario di quello che sarebbe servito ad avviare il rinnovamento radicale della Chiesa.

Analogamente Benedetto XVI, che di Wojtyla fu la stampella dottrinaria. Il nuovo papa, privo del carisma del suo predecessore, e incapace dei suoi guizzi, delle sueperformance mediatiche, ma anche delle sue contraddittorie aperture (vedi la sua visita a Cuba e a Fidel Castro e la sua condanna della guerra di George W. Bush contro l’Iraq), dà talvolta persino l’impressione di voler riportare la Chiesa all’epoca tridentina. Che cosa ha fatto finora, quale il bilancio attuale del suo pontificato? Ha ulteriormente mummificato l’apparato ecclesiastico, invece di svecchiarlo, affidando incarichi e dicasteri a brontosauri ultrasettantenni. Ha imbalsamato la dottrina, invece di rinnovarla (il Catechismo del 2003 è in gran parte opera sua), non senza aver individuato nel relativismo l’eresia del XXI secolo. Ha represso dissidenze e critiche di provenienza conciliare, cancellando però la scomunica ai lefebvriani scismatici e anticonciliari. Ha tentato e tenta di imporre la bioetica di Dio a credenti, e a nono diversamente credenti. Ha esercitato ed esercita il suo potere temporale, politico-religioso, stipulando di fatto un nuovo patto concordatario col governo di centrodestra, forse nella speranza di poter clericalizzare, vaticanizzare l’Italia, in un disegno passatista di tipo neoguelfo. Lontano mille miglia dalla modernità. E dalla democrazia.

2. Ratzinger, in conformità con la tradizione della Chiesa romana, rifiuta con nettezza il principio maggioritario e il relativismo. Alla democrazia oppone la gerarchia, e al relativismo filosofico e scientifico l’assolutismo dottrinario dei sacri dogmi. Tuttavia, il suo tradizionalismo non è affatto esente da contraddizioni.
Chiediamoci: da chi e come viene eletto il pontefice di Roma? Dal conclave, con votazione segreta e maggioranza dei due terzi. Questa norma fu stabilita nel 1059, dal Concilio in Laterano indetto da papa Niccolò II. Fino ad allora, i papi erano eletti dal popolo e dal clero romano (eccezionalmente, nominati anche dall’Imperatore del Sacro Romano Impero). Dalla maggioranza dei votanti è stato eletto lo stesso Benedetto XIV. Non è una curiosa incoerenza logica rispetto alle premesse? Col motu proprio De aliquibus mutationibus del 26 giugno 2007 Ratzinger ha stabilito, per il futuro, il ricorso al ballottaggio dei due candidati con più suffragi a partire dal tredicesimo giorno del conclave. Non sono forse decisioni di tecnica elettorale che hanno a che fare col principio maggioritario, quasi fossimo nella Francia di Sarkozy?

D’altronde, le votazioni sono precedute da una risaputa, anche se sottaciuta, campagna elettorale dei candidati papabili, con programmi, promesse, minacce e talvolta anche voti di scambio. Si racconta la favola che sia lo Spirito Santo a predeterminare le maggioranze nei conclavi. Chi l’ha visto? Sappiamo per esempio che Ratzinger è stato eletto da una maggioranza in cui non è stato indifferente il peso dei centoundici cardinali elettori accuratamente scelti e nominati prima della sua morte da papa Wojtyla. E tutti di orientamento conservatore. Così come il papa tedesco, prefetto dell’ex Sant’Uffizio, che essi hanno eletto. Chi vorrà dire che è avvenuto per caso, o per un misterioso intervento soprannaturale?

Se l’autorità del papa discende dall’alto, da Dio, come mai ha bisogno dell’elezione dal basso, da parte dei cardinali rinchiusi a chiave nella Cappella Sistina? Del resto non solo l’elezione dei papi, ma anche l’elaborazione e la scelta dei dogmi sono storicamente condizionate e determinate. Presentati come Verità Assolute, i dogmi vengono proclamati da pontefici, o votati o ratificati a colpi di maggioranza in sinodi o concili. Dio non c’entra, e se c’entra, nessuno lo sa. Chi e quando ha deciso per esempio pro o contro il Filioque? Pro o contro l’immacolata concezione di Maria e la sua assunzione in cielo? Pro o contro l’infallibilità papale? Il Filioquefu deciso dalla Chiesa di Roma, nel 1054. Il dogma dell’immacolata concezione di Maria, sin dalla nascita dall’Onnipotente «preservata intatta da ogni macchia di peccato originale», fu proclamato da Pio IX nel 1854, con la bolla Ineffabilis Deus. Quello dell’infallibilità papale, contenuto nella costituzione dogmatica Pastor aeternus, fu approvato dal Concilio Vaticano I, il 18 luglio 1870. Il dogma dell’assunzione fu dichiarato da Pio XII il 1 novembre 1950, con la costituzione apostolica Munificentissimus Deus, secondo cui «l’immacolata Madre di Dio sempre vergine Maria, terminato il corso della vita terrena, fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo». Risorta come Gesù Cristo, che però non è, nella professione di fede dei credenti, soltanto un uomo, bensì il Dio/Logos incarnato (una narrazione incredibile, quella dell’assunzione di Maria, peraltro senza base alcuna nei testi sacri, e rifiutata da protestanti e ortodossi).

Dunque, se Ratzinger, nel respingere il principio maggioritario e relativistico ha ragione, la sua Chiesa ha torto. L’antidemocrazia della gerarchia ecclesiastica è infatti infetta ab origine dal “virus” demo-relativistico. La Chiesa-che-non-sbaglia-mai assume in realtà le sue principali deliberazioni da maggioranze che possono sbagliare. E poi, a rigor di logica, senza voler recare offesa al sentimento religioso dei credenti (absit iniuria verbis!), bisognerebbe chiedersi: prima del 1054 la «processione dello Spirito» non andava dal Padre al Figlio e dal Figlio al Padre? solo in quell’anno invertì miracolosamente la sua eterna marcia anche nella direzione opposta? E prima del 1854 Maria non era immacolata, e prima del 1950 non era ancora stata assunta in cielo? Il suo corpo senza vita per risorgere ha dovuto attendere intatto per ben quasi due mila anni la decisione di Pio XII? Inoltre, prima del 1870 il papa era fallibile in materia di fede e di costume? Ma allora, tutto quanto prima proclamato in encicliche, bolle e documenti vari, comprese condanne e persecuzioni di eretici e dissidenti, non era verità divina? Anzi umana troppo umana, mossa da meri calcoli di potere?

3. Ecco un papa eletto con suffragio universale da preti e suore, e dai credenti tutti, senza distinzione di sesso, lingua, colore, etnia. Un papa primus inter pares, e non con l’autorità assoluta del Christi vicarius. Ed ecco una Chiesa senza gerarchie, con i vescovi eletti dal basso, e il potere decisionale affidato alle assemblee dei fedeli, a sinodi e concili aperti al laicato. Dove tutti partecipano, discutono, progettano, nella massima libertà di orientamento, opinione, giudizio. E decidono alla luce del sole, con l’unico criterio possibile: quello della maggioranza. Dove il celibato, o il ‘nubilato’, è volontario e reversibile e il sacerdozio, maschile o femminile, è un servizio offerto alla comunità.

Una Chiesa senza potere temporale, senza Stato, senza ricchezze faraoniche, senza presunte Verità Assolute. Ed ecco la Città del Vaticano ristrutturarsi come il centro, uno dei centri della Chiesa universale, che non condanna, non esclude, non discrimina, non scomunica. Che accoglie nelle sue braccia i poveri, i miseri, gli ultimi della terra, i diversi, gli omosessuali, i dissidenti, i liberamente pensanti, gli altrimenti credenti. E che accetta con onestà, franchezza e senza ipocrita doppiezza i principi fondamentali del liberalismo e della democrazia. Che prevedono cittadini, e non sudditi. Un sogno ad occhi aperti. Un Vaticano poggiato sulle nuvole. Una Chiesa che non c’è. Se ci fosse, sarebbe la prima democrazia religiosa cosmopolitica. Purtroppo la Chiesa papale, quella che c’è, quella realmente esistente, è incompatibile con la democrazia. Lo provano ampiamente la sua storia e la sua dottrina, il suo passato e il suo presente, i suoi dogmi e la sua prassi. Diamone una sintesi in nove punti, che sono altrettante contrapposizioni frontali con la democrazia.

I. Per la democrazia liberale la sovranità del popolo è un punto focale, la principale conquista storica e teorica del pensiero moderno, frutto di tre grandi rivoluzioni: quella inglese del 1689, quella americana del 1776, quella francese del 1789, nonché delle lotte delle classi operaie e lavoratrici dell’Otto-Novecento; – per la Chiesa cattolica la sovranità appartiene a Dio; da Dio deriva ogni potere e autorità, trasmessi senza mediazioni al papa romano, vicario di Cristo; non la democrazia quindi, ma il dispotismo è il cardine del cattolicesimo papale; il papato è l’ultima teocrazia medioevale della storia dell’Occidente, lontana anni luce dalla modernità.

II. Il regime democratico prevede la separazione dei poteri (legislativo, esecutivo, giudiziario, ma anche culturale ed economico), il che impedisce che un potere possa soggiogare o sopprimere l’altro; – la Chiesa papale è ferma alla monarchia assoluta: il papa è un monocrate che ha nelle sue mani tutto il potere; più di un miliardo di cattolici, centinaia di migliaia di parrocchie, diocesi, ordini monastici e altre innumerevoli organizzazioni religiose hanno in lui il capo assoluto; finanze, proprietà, scuole, università, stampa ed editoria cattolica, tutto dipende dal papa, dalla sua volontà, direttamente o indirettamente: un impero autocratico mondiale senza pari.

III. Liberalismo e democrazia moderna sono impensabili senza laicità, cioè senza la netta separazione tra Stato e Chiesa, politica e religione; – per la Chiesa papale, tale separazione è «un pestifero errore moderno»; sin dal medioevo i papi rivendicano la plenitudo potestatis tam in temporalibus quam in spiritualibus, il pieno potere tanto nelle cose politiche quanto in quelle spirituali; da ciò il millenario Stato/Chiesa pontificio, e il millenario interventismo politico delle gerarchie ecclesiastiche negli affari interni degli Stati d’Europa e del mondo, ovunque, ONU compresa, oggi riassunto nel nuovo comandamento di Ratzinger: «Non escludere Dio dalla sfera pubblica».

IV. La tolleranza di ogni religione e irreligione, la libertà di pensiero, di opinione, di espressione, di organizzazione, il pluralismo politico e culturale sono aspetti imprescindibili della democrazia liberale occidentale; – la Chiesa, al contrario, dopo aver per secoli praticato l’intolleranza e la repressione di ogni libertà e dissidenza, con processi inquisitori, carceri, torture, condanne a morte e stragi dei diversamente credenti e pensanti, rimane abbarbicata al suo assolutismo dottrinario; e vorrebbe ancora imporre il suo primato politico-religioso sulle moderne società e Stati secolarizzati.

V. Per la giurisdizione ecclesiastica e il diritto canonico, ogni peccato è anche reato, trasgressione delle legge divina e della legge civile; non credere in Dio uno e trino, bestemmiare, non santificare le feste, fornicare ecc. sono peccati-crimini; – al contrario con la separazione dalla Chiesa e l’esercizio della tolleranza religiosa, lo Stato liberal-democratico punisce non i peccati, ma i reati, le trasgressioni della legge umana, civile e penale, cioè gli attentati alla vita, alla libertà, alla dignità, alla sicurezza, all’integrità, alla proprietà, alla salute e all’autonomia individuale; di Dio (quale Dio?), di legge divina, di inferno e paradiso, di peccati, mortali o veniali, non ne sa nulla.

VI. Per la Chiesa, che crede all'assolutezza e unicità della Verità di Dio, la ragione deve essere sottomessa ai dogmi, la filosofia alla teologia, la scienza alla fede; una verità relativa, filosofica, scientifica che contraddica la fede, è errata o inadeguata; da ciò la condanna di Bruno e Galilei, del copernicanesimo, del razionalismo moderno e dell’Illuminismo, del darwinismo e, per ultimo, di molti aspetti della ricerca biomedica e biotecnologica; – per la ragione filosofica e scientifica moderna, non c’è Verità di Dio, e se c’è, è inattingibile; perciò alla fede essa oppone il dubbio, all’infallibilismo il fallibilismo, all’Assoluto il relativo, ai diktat inquisitoriali, repressivi, clericali, la libertà della ricerca, senza chiusure e paraocchi, senza dogmi e senza fine.

VII. La liberal-democrazia è estranea ad ogni etica di Stato, o Stato etico; la sua è un’etica senza Dio; laica e pluralista, non ha comandi morali o religiosi da imporre, ma solo il rispetto dei diritti umani, politici, civili, sociali, dei diversi, delle minoranze; i suoi valori sono quelli della libertà, dignità e autonomia del cittadino; – la Chiesa invece, che non ha mai accettato né la Dichiarazione dei diritti dell’uomo dell’ONU del 1948, né la Carta dei diritti fondamentali dell’UE del 2000, vorrebbe imporre la sua bio-etica di Dio, vietare il divorzio, l’aborto, i contraccettivi, le coppie di fatto, l’omofilia, l’eutanasia, la fecondazione eterologa, deformare insomma le Costituzioni e le legislazioni democratiche col Catechismo e il confessionalismo.

VIII. La Chiesa gerarchica ha una concezione antidemocratica, piramidale, sacrale e assolutistica del potere; arroccata nei sacri palazzi, è divorata dalla brama di accrescere i suoi privilegi, le sue ricchezze, la sua influenza politica e ideologica, mostrando spesso benevolenza verso spietati governi e Stati autoritari; – al contrario, la Chiesa di base, comunitaria, conciliare, antigerarchica, è aliena dalle ricchezze e dal potere, prende parte per i poveri e i diseredati, non discrimina e non emargina, accoglie i diversi, dialoga all apari con credenti e non credenti, non ha dogmi, nemmeno bioetici, da imporre, professa una fede dubbiosa, difende i diritti umani, la libertà della scienza, l’autonomia della ragione; politicamente, si riconosce nei principi della democrazia.

IX. Col concordato clerical-fascista del 1929, rivisto nel 1984, e ora col nuovo patto concordatario materialmente in atto col centro-destra, la Chiesa gerarchica ha tentato e tenta con caparbietà di trasformare l’Italia in un paese clericalizzato, a sovranità limitata; – la difesa della Costituzione antifascista, la riaffermazione della laicità dello Stato, la tutela dei vecchi e nuovi diritti civili, la stessa permanenza dell’Italia nell’Europa unita, tutto ciò oggi implica la mobilitazione attiva della coscienza laica e democratica dei cittadini, senza di cui nulla potrà salvarci dai pericoli neoconcordatari e dal clericalismo triumphans.

Nove punti, nove antitesi inconciliabili tra democrazia e antidemocrazia. Potrebbero sciogliersi come neve al sole se la Chiesa papale, rinnovandosi radicalmente, accettasse senza infingimenti, sul piano teorico e su quello pratico, la sovranità popolare e il principio maggioritario, la separazione e l’equilibrio dei poteri, l’autonomia e la laicità dello Stato, la tolleranza, la libertà e il pluralismo delle idee (religiose e non), l’indipendenza della ragione e della scienza dalla fede, il primato della giurisdizione statale su quella canonica, dei diritti civili sui dogmi bioeticisti. E rinunciasse infine al potere temporale.

Chi scommetterebbe ragionevolmente che la gerontocrazia vaticana ed ecclesiastica sarebbe disposta, oggi o domani, a fare un tale salto da gigante? A spogliarsi d’ogni ricchezza e d’ogni potere? A interpretare la legge evangelica come «legge di libertà»? A pensare la Chiesa non come gerarchia mummificata, giurassica, ma come libera, vivente, moderna comunità ecclesiale di base? In una parola, a democratizzarsi?
Forse meglio chiudere con le parole di Dante nel V Canto dell’Inferno: «Lasciate ogni speranza o voi ch’intrate».

mercoledì 3 febbraio 2010

Come sopprimere una democrazia

La storia maestra della vita? Certo, perché privi dello sguardo sul passato, dell’insegnamento che da esso ci proviene, saremmo come il famoso smemorato di Collegno. Non sapremmo chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo. Dovremmo imparare, inventare tutto ex novo. Rifacendo gli errori già fatti. Che lo studio del passato ci può aiutare ad evitare. Meglio orientandoci sull’oggi.
Come sopprimere una democrazia nell’Europa moderna? Non sempre c’è bisogno del colpo di Stato cruento (come quello del generale Pinochet, poi beniamino di papa Wojtyla, nel Cile di Allende del 1973). Che può anche non esserci, o essere l’atto finale di un processo lento, soft, impercettibile, di trasformazioni istituzionali che creano insensibilità, torpore, assuefazione, abitudine nell’opinione pubblica. Ce lo insegna il ciclo della Rivoluzione francese, chiuso dalla nuova Costituzione del 1799 (Anno VIII). Che non sancisce ancora la dittatura di Napoleone Bonaparte, ma due punti fondamentali di riforma costituzionale che le sbarrano definitivamente le porte.
1) La subordinazione del parlamento al governo. L’Assemblea legislativa, recitava il testo del 1799, viene divisa in tre organi: il Consiglio di Stato, che prepara le leggi senza discuterle e approvarle, il Tribunato, che le discute senza approvarle, e il Corpo Legislativo, che le approva senza discuterle; inoltre, vi si leggeva, i membri sono eletti dal popolo, ma scelti e nominati da un triumvirato di tre consoli, Primo Console Napoleone Bonaparte, che detiene il potere esecutivo (art. 39). Dunque, un’Assemblea legislativa svilita, resa totalmente impotente a legiferare, e totalmente dipendente, nella sua elezione e composizione interna, dalla volontà del governo e di Napoleone.
2) La sottomissione della magistratura al potere esecutivo, in particolare al Primo Console (il primo primus super pares?): le cariche sono elettive, ma i giudici da eleggere, in analogia con i deputati parlamentari, sono scelti dal Primo Console; al che si connette la riforma autoritaria della giustizia: nei tribunali criminali l’accusatore pubblico è un commissario governativo (art. 63).
3) Il consenso e l’appoggio ecclesiastico. Questo punto, assente nella riforma costituzionale del 1799, fu però decisivo per il consolidamento della dittatura personale di Napoleone, presto autoincoronatosi imperatore nella cattedrale di Nôtre Dame, a Parigi, nel 1803, dove riceve la benedizione di papa Pio VII. Ma non senza aver prima firmato, nel 1801, il Concordato con la Chiesa cattolica. Che, anche se non elevava il cattolicesimo a religione di Stato, la riconosceva tuttavia come «religione della maggioranza dei francesi». Con tutta una conseguente serie di accordi di carattere fiscale e proprietario tipici della politica concordataria della Chiesa.
Tre punti che sono la perfetta matrice delle dittature postnapoleoniche. E non solo in Francia. Un perfetto manuale di come sopprimere una democrazia.
Che cosa fa Benito Mussolini negli anni 1922-1926? A parte la marcia su Roma che fu una farsa, ottiene il governo con manovrismi e alleanze partitiche, leggi truffa e brogli elettorali; coadiuvato, nella sua resistibile ascesa al potere, dalla Chiesa gerarchica, che, tra l’altro, impone lo scioglimento del Partito popolare di don Sturzo, per il disturbo che arrecava al manovratore. Il regime dittatoriale si impone dunque gradualmente, fino alle leggi fascistissime. Ma attenzione! Il Parlamento, seppur ridotto a vuoto simulacro, con i partiti non fascisti messi fuorilegge e i loro dirigenti incarcerati, al confino o in esilio, quando non bastonati o ammazzati, tuttavia non è formalmente abolito. Nel 1930 Benedetto Croce vi può leggere il suo inutile intervento contro i Patti Lateranensi del 1929, con cui il Duce creava nel cuore di Roma capitale lo Stato della Città del Vaticano, ed elevava il cattolicesimo a “sola Religione di Stato” (tale rimase persino nella Repubblica di Salò, come sanciva il sesto dei “18 punti di Verona”: «La religione della Repubblica è la cattolica apostolica romana»). Nel frattempo, alla magistratura (come a tutti i dipendenti statali e, di fatto, persino al pusillanime re savoiardo), privata di potere di controllo e di autonomia, veniva imposta assoluta fedeltà al fascismo.
Analogamente, anche Hitler salì al potere in Germania non con un colpo di Stato armato e cruento, alla Pinochet, ma gradualmente, “legalmente”. E con l’appoggio determinante, tra l’altro, anche del partito cattolico del Zentrum. Il suo leader Franz von Papen fu vice-cancelliere di Hitler, e firmò il 20 luglio 1933 a Roma, col futuro papa Pacelli, il Concordato del Reich col Vaticano (per il Führer fu il suo primo vantaggioso riconoscimento internazionale). Nell’accordo, tra l’altro, le religione cattolica era riconosciuta «materia ordinaria di insegnamento» nelle scuole pubbliche, «impartito in conformità con i principi della Chiesa Cattolica»; al vescovo si dava mandato di scegliere, d’intesa con le autorità governative, insegnanti, programmi e libri di testo (art. 21, 22). Con una forte maggioranza parlamentare, e col viatico dei vescovi, Hitler mette presto mette fuorilegge i partiti, reprime ogni forma di libertà e di dissenso, e abolisce il potere autonomo della magistratura. Ma il parlamento, il Reichstag, non fu chiuso. Rimase, come in Italia, la foglia di fico della dittatura.
Chi non riconosce in questa strategia “napoleonica” in tre punti il disegno politico di Berlusconi? Ecco le sue ventilate, e in parte già in atto, riforme costituzionali:
1) svilimento del Parlamento (sostituzione dei partiti con i capigruppo, decretazione d’urgenza, emarginazione delle opposizioni), degradato da organo del potere legislativo a luogo di registrazione passiva delle decisioni del governo, anzi del premier;
2) asservimento della magistratura al potere esecutivo (riforma delle carriere, col pm alle dipendenze del governo, delegittimazione dei giudici, sventagliate di leggi ad personam);
3) accordo neoconcordatario con la Chiesa cattolica (facilitazioni fiscali, finanziamento delle scuole cattoliche, leggi conformi alla bioetica vaticana). A ciò andrebbe aggiunto, ultimo punto da non meno importante, il controllo totalitario dei media (tivvù in primis).
Un nuovo “Annibale”, non alle porte, ma dentro le sue mura, sta già distruggendo “Roma”? Nulla «è scritto nel cielo». La storia passata ci insegna che gli eventi non sono il prodotto del destino, ma delle decisioni e delle azioni umane. La salvezza di “Roma”, cioè della democrazia italiana, dipende oggi in primo luogo da noi, dalla società civile, dalla sua capacità di vigilanza e mobilitazione in difesa della Costituzione.
Di Michele Martelli da MicroMega

Scuola pubblica (e Costituzione), demolizione in corso

In pieno fervore i lavori di Berlusconi III per la demolizione della scuola e dell’istruzione pubblica a favore della scuola e dell’educazione cattolica. Costituzione della Repubblica italiana: «Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge» (art. 8); «Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato» (art. 33). Se il governo privilegia la religione cattolica e ne finanzia le scuole, non tutte le religioni sono uguali davanti alla legge. Ce n’è una, la cattolica apostolica romana, che è più uguale delle altre. Palese la violazione della Costituzione. Che, sottoposta alle ruspe della ditta dell’Unto del Signore, continua a perdere pezzi da tutti i lati. Come un edificio in stato di demolizione.L’“Accordo di revisione del Concordato Lateranense”, firmato da Craxi e Casaroli il 18 febbraio 1984, fu una vittoria di Pirro per lo Stato italiano. In realtà, un colossale inciucio. E la parte dell’inciucista la fece l’inglorioso governo detto allora del Caf (Craxi Andreotti Forlani), non la Chiesa, che dell’accordo intascò utili e vantaggi. La religione cattolica, è vero, perse il privilegio di essere (come dal 1929 al 1984) «la sola religione dello Stato italiano» (Protocollo addizionale dell’Accordo, art. 1), il che scaturì, più che altro, dall’inevitabile presa d’atto dei processi di secolarizzazione in corso nella società italiana (vittorie referendarie su divorzio, aborto ecc.).Tuttavia la Chiesa, oltre a numerose facilitazioni e regalìe in campo fiscale (vedi l’otto per mille), conservò anche il privilegio dell’insegnamento della religione cattolica (Irc) nella scuola pubblica.L’Irc da obbligatorio quale era prima divenne opzionale, ma fu comunque garantito dallo Stato e con i soldi dello Stato, cioè di tutti i contribuenti (cattolici e non). In base all’Accordo, all’atto di iscrizione genitori e studenti avrebbero dovuto scegliere «se avvalersi o non avvalersi di detto insegnamento [l’Irc], senza che la loro scelta possa dar luogo ad alcuna forma di discriminazione» (art. 9.2).Ma la discriminazione ci fu. Innanzitutto, perché in alternativa all’Irc non fu mai programmato e organizzato nulla di serio; si poteva prestabilire per esempio un’ora di educazione civica e di studio della Costituzione. In secondo luogo, perché, merito all’Irc, l’Accordo attribuiva alle curie vescovili il potere di scegliere, seppure d’intesa con le autorità scolastiche, programmi, orari, libri di testo e profili professionali dei docenti, affinché l’insegnamento religioso fosse «impartito in conformità alla dottrina della Chiesa» (Protocollo addizionale , art. 5). Di fatto, i docenti, pagati dallo Stato, venivano nominati, con annesso potere di revoca, non dai provveditorati scolastici, ma dai vescovi. Così lo Stato sovrano cedeva, e cede tuttora, parte della sua sovranità alla Chiesa, ossia al Vaticano (da ricordare che a firmare il Concordato con Craxi non fu il presidente della Cei, ma il segretario di Stato vaticano). Il governo di Berlusconi, santificatore di Craxi, più craxiano di Craxi, che fa oggi? Discrimina brutalmente chi decide di non avvalersi dell’Irc. E come? Abolendo la scelta. Non de iure, ma de facto. Già nell’ottobre 2008, la ministra Gelmini boicotta l’ora alternativa a quella di religione, facendo sapere di non aver soldi per i docenti: che ogni scuola provveda col “faidate”. Ma senza soldi (glieli aveva scippati Tremonti nella finanziaria 2008-2009, graziando la scuola cattolica), povera scuola pubblica, da te che fai? Dunque, niente (o quasi niente) ora alternativa.In questi giorni un’altra novità. Dai moduli allegati alla nuova circolare ministeriale per l’iscrizione scolastica dell’anno prossimo, è sparita l’opzione «attività didattiche e formative» in alternativa all’ora di Irc. Si tratta di moduli palesemente illegali, che ignorano sia la Costituzione (art. 8, 33), sia lo stesso Concordato del 1984 (art. 9.2). Un espediente vile, apparentemente innocente e casuale, che toglie a genitori e studenti il diritto di scelta. L’Irc di fatto nuovamente obbligatorio, come dal 1929 al 1984? Chi non lo sceglie, parcheggiato nei corridoi?Sulla scuola, ancora un’indicibile novità venuta da Tremonti. Vedere per credere: «Ministero dell'Economia e delle Finanze. Informativa 28 dicembre 2009, n. 166: Aumenti biennali docenti di religione»: 220 euro in più in busta paga ai 12 mila docenti precari di religione, a decorrere dal 1 maggio 2010, col recupero degli arretrati dal 1 gennaio 2003. E gli altri precari, con le loro sacrosante aspettative? Ignorati.Informativa discriminante, ad personam, come le 19 leggi del premier per evitare i processi a suo carico. Il regno orwelliano spande la sua ombra ovunque.Ma ricordiamoci che la Costituzione, con l’insieme delle sue istituzioni, scuola pubblica compresa, è la nostra casa comune. Perciò, difendiamola dai demolitori! di Michele Martelli da MicroMega

giovedì 3 dicembre 2009

Fini e il Re Nudo. Dov’è lo scandalo?

«Il re è nudo / ma il re non lo sa / lui cammina tra la gente / e saluta sorridendo. / Il re è nudo / ma la verità / è che nessuno lo può dire a sua maestà». Così cantavano (di George W. Bush) i Nomadi nel 2002. Così, non sapendo di essere in onda, bisbiglia al microfono di Pescara (su Berlusconi) Gianfranco Fini. Il quale a “Ballarò” ha giustamente spiegato di aver detto, nell’ormai famoso fuori onda pescarese, ciò che (ultimamente) ha sempre detto e ripetuto anche in pubblico (interviste, conferenze, sedi di partito).
Allora, dove sta lo scandalo? Facciamo alcune ipotesi.
1. È forse scandaloso che Fini parli confidenzialmente di Berlusconi con un magistrato? Chi glielo vieta? Non la Costituzione repubblicana, che riconosce la libertà di pensiero e di parola a tutti i cittadini. Figuriamoci al presidente della Camera in carica! Forse che nel Pdl la libertà vale solo per il capo; per tutti gli altri, invece: «Credere, obbedire, combattere»? O lo sconcio sarebbe che Fini se la intende col Procuratore Capo della Repubblica di Pescara, Nicola Trifuoggi, una “toga rossa”? Ma Trifuoggi non è un giudice di parte; se nel 1984 aprì un’inchiesta sulle tv del signor B., nel 2008 ha fatto arrestare per il reato di concussione il sindaco di Pescara Luciano D'Alfonso e il Presidente della Regione abruzzese, Ottaviano Del Turco. Ambedue del Pd. Dunque un magistrato che non guarda all’appartenenza politica. E poi, ma quali “toghe rosse”? Il signor B. le dipinge di “rosso”, guarda caso!, solo se e quando indagano sul signor B.
2. È forse scandaloso che Fini dica che il signor B. scambia «il consenso popolare, che lo legittima a governare, con una sorta di immunità nei confronti di qualsiasi altra autorità di garanzia e di controllo: magistratura, Corte dei conti, Cassazione, capo dello Stato, Parlamento»? e che «confonde la leadership con la monarchia assoluta»? Basta aprire la Costituzione per capire che lo Stato democratico si regge sull’uguaglianza della legge, e sulla divisione e l’equilibrio dei poteri. Nessuno è super leges. (Lo erano i sovrani assoluti europei del Sei-Settecento, ma la storia racconta la loro fine che Fini ricorda nel fuori onda). Nessuno può godere del privilegio dell’immunità e dell’impunità. Le leggi ad personam del signor B. per metterlo al riparo dai processi sono palesemente incostituzionali. La Suprema Corte, che ha bocciato il lodo Alfano, docet!
3. È forse scandaloso che Fini supponga che le ipotetiche dichiarazioni del pentito Spatuzza su Dell’Utri e Berlusconi, se suffragate da prove, sarebbero una «bomba atomica»? La metafora significa, più semplicemente: Berlusconi dovrebbe dimettersi. Ma dov’è il dramma? Cade un governo, se ne fa un altro: in democrazia non ci sono governi a vita; è sempre il popolo a decidere col suo libero voto. O l’«eletto del popolo» si ritiene «eletto da Dio», ed è perciò inamovibile, come un monarca francese, dovesse campare cent’anni? In ogni caso, il governo cadrebbe non per colpa di una presunta «magistratura politicizzata», ma perché il popolo italiano non potrebbe più sentirsi rappresentato da un governo inquinato. Al contrario di quanto va dicendo il Pd: «B. ha il diritto difendersi dal processo» (Enrico Letta); «Bisogna comporre il conflitto tra principio democratico e principio di giustizia» (Violante ad “AnnoZero”). Ma quale “diritto” e quale “conflitto”! Ogni cittadino si difende nel processo; l’autonomia della magistratura è l’essenza della democrazia. Sembra che Fini abbia fatto in diretta tv una lezione costituzionale non solo al ministro Bondi, ma anche ai piddini Letta e Violante. Paradossale, no?In nessuno dei tre punti c’è dunque alcunché di scandaloso. In un altro paese democratico europeo, per es. in Francia, Gran Bretagna o Germania, le parole di Fini sarebbero ovvie, persino banali. Perché allora tanto incredibile scandalizzarsi da parte del signor B., dei suoi giornali e tv e dei suoi berlusclones? Una farsa, se non fosse pericolosamente tragica in questa traballante democrazia italiana. Il vero scandalo sta nel fatto che nell’«anomalia Italia» la verità possa apparire scandalosa. Tanto ci stiamo assuefacendo a scambiare la menzogna per la verità. Solo laddove la menzogna diventa la norma, la verità si fa scandalo.
Ma per fortuna con le menzogne non si fa molta strada.
Fini ha detto: «Il Re è Nudo». Prima o dopo, tanti italiani lo ripeteranno, lo urleranno in piazza, come i sudditi di Sua Maestà della famosa fiaba di Andersen.
Piazza San Giovanni a Roma, il 5 dicembre, «non è che l’inizio».
Di Michele Martelli da Micromega

mercoledì 2 dicembre 2009

Il No svizzero ai minareti e la croce leghista

Tutti uguali davanti alla legge, eccetto gli islamici
di Michele Martelli da Micromega
In Svizzera, il 57% dei votanti, contro ogni aspettativa, ha detto NO alla costruzione di nuovi minareti. (Da notare subito che in Svizzera i 4 minareti già esistenti non possono usare gli altoparlanti perché vietati dalle leggi sull’inquinamento acustico: perché non estendere tali leggi anche alle campane delle chiese?). Imbarazzata, e contraddittoria, la dichiarazione a caldo del ministro svizzero della Giustizia, Evelyne Widmer-Schlumpf ai membri dell’UE riuniti a Bruxelles: «Questo non è un voto contro la religione musulmana, ma solo contro i minareti. In Svizzera, rispettiamo la libertà di fede. Si tratta di un diritto molto importante per noi».I minareti, non c’è dubbio, sono simboli, oltre che di fede, anche di potere religioso (la loro immagini può dar fastidio ad altri diversamente credenti, o ad atei e agnostici). Ma la stessa cosa vale per i campanili. Tuttavia, finché le religioni restano nella sfera privata delle credenze, e non configgono col potere dello Stato, hanno in democrazia diritto ad esistere. Infatti, delle due l’una. O si è per la libertà religiosa, e allora tutti i credenti, ma proprio tutti, senza distinzione e discriminazione alcuna, hanno il diritto di costruire e pregare nei loro luoghi di culto: i cristiani, per esempio, in chiese e cattedrali con campanili, gli islamici in moschee con minareti. O si è contro la libertà religiosa, e allora ogni culto religioso va abolito. Il primo modello è quello delle democrazie laiche e liberali, il secondo quello delle dittature autocratiche. Tra i due estremi c’è, ovviamente, una serie di passaggi e gradi intermedi. Resta che la Svizzera, secondo la dichiarazione del suo ministro della Giustizia, sarebbe al tempo stesso contro i minareti e per la libertà dell’islam. Evidente la contraddizione.La Costituzione federale della Confederazione Svizzera (1999, aggiornata il 2002) è una Costituzione laica e democratica. Il suo “Preambolo”, è vero, comincia col richiamo: «In nome del Dio Onnipotente» (quale? il Dio cristiano? protestante o cattolico? o il Dio ebraico? o quello islamico? e non risalgono alla stessa radice biblica?). Ma poi subito dopo, l’art. 8, riconosce «l’uguaglianza giuridica» dei cittadini: «Tutti sono uguali davanti alla legge», a prescindere dalle loro opinioni e dalle loro appartenenze etniche. E l’art. 15 sancisce «la libertà di credo e di coscienza»: «Ognuno ha il diritto di scegliere liberamente la propria religione e le proprie convinzioni filosofiche e di professarle individualmente o in comunità». Ognuno, dunque anche gli islamici, con le loro moschee e minareti. Il referendum anti-minareti viola gli articoli 8 e 15. E quindi o viene annullato, perché anticostituzionale. Oppure comporta una revisione della Costituzione. In tal caso, i due articoli citati potrebbero essere così ritoccati: «Tutti sono uguali davanti alla legge, eccetto gli islamici»; «La libertà di credo e di coscienza vale per tutti, esclusi gli islamici». Escluso cioè il 5% dei cittadini svizzeri. Con quali vantaggi della democrazia elvetica ciascuno può giudicare da sé. Oggi gli islamici e gli immigrati, ieri gli ebrei, i rom e gli omossessuali. Una democrazia in cui legge e diritti cominciano ad essere disuguali, ha già incorporato il veleno dell’autodistruzione. Urgente correre ai ripari.Il referendum svizzero, voluto da due partiti della destra teocon protestante, l’UDC, e l’UDF, che di “democratico” hanno solo il nome, ha suscitato la “pazza” gioia di tutta la destra razzista e xenofoba europea. In primis la Lega padana. Maroni a Bruxelles: «In democrazia è sempre utile ascoltare ciò che vuole il popolo, e non le elites più o meno illuminate»: il ministro intende dire che bisogna ascoltare il popolo anche quando è accecato da elites oscurantiste e razziste? Il viceministro alle infrastrutture Castelli: «Dagli svizzeri una lezione di civiltà. Nel disegno di legge di riforma costituzionale chiederemo l'inserimento della croce nella bandiera». Civiltà per Castelli è la xenofobia, e cristiano è chi confonde la croce con la spada? Invece che inserire la croce sul tricolore, tanto varrebbe inserirvi la bandiera del Vaticano, o, per essere più parchi, una sua parte, il Triregno papale (la Tiara con le tre corone sormontate, tradizionali simboli del potere politico, spirituale ed ecclesiastico universale del papato).In tal caso, ci troveremmo finalmente in un nuovo medioevo crociato.
Con una Lega padana trasfigurata in Santa (e forse Apostolica) Lega.E, chissà!, forse Maroni e Castelli con le stimmate!

giovedì 26 novembre 2009

La matematica e la democrazia. Il ministro Alfano dà i numeri

Di Michele Martelli da Micromega
Quanti procedimenti giudiziari in atto sarebbero spazzati via dal nuovo ddl sul “processo breve”? Il 35% di quelli penali in primo grado, e il 60% di quelli civili, dicono i magistrati del Csm e dell’Anm: una strage, un’ecatombe, lo sfascio della giustizia italiana. E cosa fa invece l’ineffabile ministro Alfano? Dà i numeri. Ieri diceva: ne salterebbero soltanto l’1%, oggi dice: soltanto l’8/9%. Una bazzecola”? No, non lo sarebbe sul piano quantitativo: su, poniamo, 100 mila processi, ne scomparirebbero 8/9 mila. Un processo, si sa, finisce, quasi sempre, o con una condanna o con un’assoluzione. Dunque, gli 8/9 mila o più imputati (in un processo, come noto, possono esserci più imputati) o sono tutti colpevoli, o tutti innocenti, o in parte colpevoli in parte innocenti. Ebbene, in virtù del nuovo ddl, non solo non sapremmo mai la verità, ma tutti, di fatto, sarebbero amnistiati in blocco, dichiarati per legge innocenti. I delinquenti, impuniti, potrebbero continuare a delinquere, e a restare impuniti. Soprattutto se incensurati (i 6 anni dei tre gradi di giudizio previsti dal ddl sarebbe un periodo troppo breve per accertarne le colpe). Che cos’è dunque il “processo breve” (per i reati che vi sono inclusi)? Un’autorizzazione a delinquere. Con la garanzia legale dell’impunità. Un’impunità a vita. E le vittime dell’ingiustizia subita? Mai più risarcite.
Ma i numeri che dà Alfano vanno valutati soprattutto sul piano qualitativo. Perché quegli 8/9 mila o più cittadini vittime della delinquenza dovrebbero immolarsi (civilmente) per salvare Berlusconi dai suoi processi? Qui la matematica incontra (o si scontra con) la democrazia. Perché tra le due l’una. O quei cittadini sono un puro numero, “quantité negligeable”, senza volto e senza dignità e diritti umani e civili. O sono al contrario cittadini autonomi, la cui dignità e i cui diritti sono inviolabili, come recita la Costituzione. Al primo caso si riferisce Alfano, che nel suo calcolo mistico azzera civilmente le vittime, sacrificandoli sul sacro altare di Arcore. Berlusconi è ingiudicabile, perché è l’UNO, al cui confronto gli altri sono ZERO. I cittadini contano (quantitativamente) solo se e solo quando con le elezioni incoronano il Re. Poi scompaiono nel nulla. E tutto il potere passa nelle mani di chi, sebbene solo capo di un partito e capo del governo, pretende essere l’Imperatore, il divus Caesar.
La democrazia è il contrario della mistica totalitaria dell’UNO. I cittadini non sono mero astratto numero o quantità, X indecifrabili, fantasmi senza volto, senza bisogni e senza diritti, ma persone reali, concrete, con le loro storie, passioni e richieste di giustizia (di una giustizia che sia eguale per tutti, Berlusconi compreso), individui autonomi, titolari di diritti imprescrittibili. Tra cui la sicurezza, che, come già diceva Cesare Beccaria, può essere garantita soltanto con la certezza delle pene (l’esatto contrario del ddl sul “processo breve”). E poi, se la matematica non è sacra numerologia, ma scienza razionale, si coniuga felicemente con la democrazia. Dove sempre si vota (una testa un voto); le decisioni si prendono a maggioranza; domina la pluralità e il pluralismo; vige non la mistica e totalitaria reductio ad Unum, bensì la separazione dei poteri (legislativo, esecutivo, giudiziario), di cui l’uno limita e controlla l’altro; il capo del governo non fa le leggi (come pretende con decreti governativi a getto continuo il Re di Arcore con la sua corte di berlusclonati), ma applica le leggi che fa il Parlamento, conformemente alla Legge fondamentale dello Stato che è la Costituzione repubblicana. Dove infine non c’è un Primus super pares, perché siamo tutti pares, tutti uguali davanti alla legge.
“Una testa un voto” è la base del “calcolo” in democrazia, cioè della legittimità di ogni decisione e di ogni istituzione pubblica, solo se non si dimentica che dietro “un voto” c’è “una testa”. Che cioè sovrano è l’individuo, ogni singolo individuo, la pluralità degli individui. I quali delegano tecnicamente alle istituzioni rappresentative (governo, parlamento, magistratura) la loro sovranità per essere meglio difesi e garantiti, non malmenati, ignorati e azzerati.
Nessun cittadino, in democrazia, equivale a zero. Tutti sono equipotenti. E nessuno è l’Onnipotente.
Nemmeno il “piccolo Cesare” di Arcore

martedì 24 novembre 2009

Flavio Tosi, sindaco di Verona, città del Vaticano

di Michele Martelli da Micromega
Immortalato di recente, con tanto di foto-ricordo, da un paginone dello storico “Giornale” di famiglia. Flavio Tosi, il sindaco leghista di Verona, in segno di protesta contro la sentenza della Corte europea di Strasburgo, si è lasciato fotografare nel suo ufficio, con alle spalle il ritratto di Benedetto XVI sovrastato dal crocifisso, dopo aver staccato dalla parete l’immagine del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano: «Ho messo il papa e sopra il papa il crocefisso perché questi sono i simboli dei valori in cui profondamente credo»; «nessuno di noi oserebbe mai staccare il crocefisso dalla casa dove vive».Ma il Municipio di Verona è casa privata di Flavio Tosi, o casa comune dei cittadini di Verona? A casa sua, Tosi può appendere il simbolo di ciò che vuole, ma nel Palazzo comunale, che è casa dei veronesi, no. Tosi confonde privato e pubblico, religione e politica, Chiesa e Stato. Come Berlusconi, che agita il crocifisso contro la Corte di Strasburgo. Bisogna aspettarsi che anche il premier, a Palazzo Chigi, ripeta il gesto di Tosi? che, escluso dalla Perdonanza aquilana, voglia così ottenere in altro modo il perdono di Bertone?C’è da chiedersi se Tosi crede di vivere nell’Italia laica e repubblicana, o in un’altra Italia, un’Italia teocratica, clerical-vaticana. Se il suo capo di Stato sia Napolitano o Ratzinger. Se la sua Verona sia città italiana, o colonia papale. E se infine il suo croce-leghismo non sia oggi una intollerabile offesa alla Costituzione democratica. E ai cittadini italiani. Quanti sono i veronesi non credenti o non cattolici? Quanti nella stessa Lega padana i non cattolici? E quanti tra i cattolici, leghisti o non leghisti, si riconoscono nel prode gesto di Tosi? Un sindaco, poniamo, comunista dovrebbe appendere nel suo ufficio Falce-e-martello, simbolo dei valori in cui crede? O se di altra fede, magari sportiva, il simbolo di quella fede?La democrazia è pluralismo, rispetto delle minoranze e del dissenso, fosse anche uno solo il dissidente, il diversamente pensante. Il sindaco di Verona è stato eletto a maggioranza; ma chiunque, una volta eletto, è sindaco di tutti, non di una parte. La maggioranza che ha eletto Tosi non gli dà il diritto, anzi l’arbitrio, di prevaricare sugli altri. Il governo della maggioranza non è la dittatura della maggioranza. Perciò l’uomo pubblico, in democrazia, non esibisce simboli di parte. Negli spazi istituzionali, l’unico simbolo è la Costituzione.Chissà perche non si organizzano corsi obbligatori di studio della Costituzione e di formazione alla cittadinanza democratica anche per gli amministratori!
Michele Martelli

«Ma perchè il Vangelo non dice mai se

Cristo ridesse?», chiesi senza una buona

ragione.

«Sono state legioni a domandarsi se Cristo

abbia riso. Credo che non abbia mai riso

perchè, onniscente come doveva essere il

figlio di Dio, sapeva cosa avremmo fatto

noi cristiani...»


Umberto Eco


Michele Martelli
Michele Martelli
Michele Martelli