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IN LIBRERIA - IL LAICO IMPERTINENTE - Michele Martelli - Manifestolibri

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"Senza la laicità, la democrazia è una scatola vuota"

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giovedì 18 ottobre 2012

Italo Calvino racconta la controsocietà degli onesti

di Rossella Guadagnini da MICROMEGA

Corruzione, quanto siamo cambiati? Poco, pochissimo, a quanto pare. Basta tirare le somme. A detta della Corte dei Conti oggi la corruzione costa alle casse dell’Erario 60 miliardi di euro all’anno. Una cifra scandalosa, che fa il paio con quella dell’evasione fiscale, che ‘vale’, in imposte non versate, addirittura il doppio: 120 miliardi di euro, sempre all’anno. Il 12% degli italiani, nell'arco degli ultimi 12 mesi, si è visto chiedere una tangente, secondo il dossier “Corruzione, le cifre della tassa occulta che impoverisce ed inquina il paese”, in cui è raccolta l'ultima rilevazione di Eurobarometer 2011. Questa tassa occulta costa all'Italia 10 miliardi di euro in termini di Prodotto Interno Lordo, circa 170 euro annui di reddito pro-capite e oltre il 6% in termini di produttività. 

“E' una seconda tangentopoli' ha dovuto ammettere il ministro della Giustizia, Paola Severino. “La quantità di casi che si stanno verificando lo rende evidente. Ma – ha osservato – con qualche differenza rispetto al 1992 perché si tratta di una serie di casi estremamente gravi, che si innestano in un quadro di grandi bisogni del Paese, che rendono più gravi questi episodi”. Perciò è irrinunciabile il ddl anticorruzione, ora in discussione a Palazzo Madama: per quanto il testo sia stato criticato e accusato di debolezza, sia dai politici che dai magistrati, “è un decreto salva democrazia”, come afferma lo scrittore Roberto Saviano. Sono soprattutto tre i punti da rivedere: voto di scambio (nel testo risulta punibile solo se il politico lo paga in denaro e non con favori di altra natura), falso in bilancio e norme sull’autoriciclaggio. Senza contare il problema dei termini della prescrizione, che si accorciano invece di allungarsi.

Dunque, fiat volutas dei? No, perché intanto, per far uscire il Parlamento dall’inerzia, si stanno moltiplicando le iniziative della società civile, due esempi per tutti: l’appello “Dipende anche da te” ha superato le 320mila firme, mentre Libertà e Giustizia ha indetto per il 24 novembre una grande manifestazione al Mediolanum Forum di Assago, alle porte di Milano. “Disinteresse e rassegnazione dei cittadini sono il terreno più fertile per il ricorso o l’adattamento alla pratica della corruzione”, spiega Piercamillo Davigo, uno dei protagonisti di Mani Pulite oggi consigliere della Suprema Corte di Cassazione. Per questa ragione, riconoscere e analizzare le esperienze positive, darne conoscenza, formare una massa critica di amministratori e cittadini sensibili all’integrità pubblica, sono “condizioni necessarie a riattivare i circuiti di controllo democratico, di un Paese come il nostro a illegalità diffusa”.

Davigo ricorda una frase terribile, attribuita a Giolitti che dice: “Le leggi si applicano ai nemici, e si interpretano per gli amici”. “E’ chiaro – commenta poi – che la malattia che ci affligge non è recente, ma cova da molto tempo”. Infatti, già dodici anni prima di Tangentopoli, Italo Calvino scrive un racconto breve. In esso narra di un Paese dove la politica è intrecciata indissolubilmente con gli affari e la corruzione, e dove non è più facile discernere tra lecito e illecito. E’ il 15 marzo del 1980 quando esce sul quotidiano la Repubblica questo profetico “Apologo sull’onestà nel paese dei corrotti”. 

Apologo sull’onestà nel paese dei corrotti

di Italo Calvino*

C’era un paese che si reggeva sull’illecito. Non che mancassero le leggi, né che il sistema politico non fosse basato su principi che tutti più o meno dicevano di condividere. Ma questo sistema, articolato su un gran numero di centri di potere, aveva bisogno di mezzi finanziari smisurati (ne aveva bisogno perché quando ci si abitua a disporre di molti soldi non si è più capaci di concepire la vita in altro modo) e questi mezzi si potevano avere solo illecitamente cioè chiedendoli a chi li aveva, in cambio di favori illeciti. Ossia, chi poteva dar soldi in cambio di favori in genere già aveva fatto questi soldi mediante favori ottenuti in precedenza; per cui ne risultava un sistema economico in qualche modo circolare e non privo d’una sua armonia.

Nel finanziarsi per via illecita, ogni centro di potere non era sfiorato da alcun senso di colpa, perché per la propria morale interna ciò che era fatto nell’interesse del gruppo era lecito; anzi, benemerito: in quanto ogni gruppo identificava il proprio potere col bene comune; l’illegalità formale quindi non escludeva una superiore legalità sostanziale. Vero è che in ogni transizione illecita a favore di entità collettive è usanza che una quota parte resti in mano di singoli individui, come equa ricompensa delle indispensabili prestazioni di procacciamento e mediazione: quindi l’illecito che per la morale interna del gruppo era lecito, portava con se una frangia di illecito anche per quella morale. Ma a guardar bene il privato che si trovava a intascare la sua tangente individuale sulla tangente collettiva, era sicuro d’aver fatto agire il proprio tornaconto individuale in favore del tornaconto collettivo, cioè poteva senza ipocrisia convincersi che la sua condotta era non solo lecita ma benemerita.

Il paese aveva nello stesso tempo anche un dispendioso bilancio ufficiale alimentato dalle imposte su ogni attività lecita, e finanziava lecitamente tutti coloro che lecitamente o illecitamente riuscivano a farsi finanziare. Perché in quel paese nessuno era disposto non diciamo a fare bancarotta ma neppure a rimetterci di suo (e non si vede in nome di che cosa si sarebbe potuto pretendere che qualcuno ci rimettesse) la finanza pubblica serviva a integrare lecitamente in nome del bene comune i disavanzi delle attività che sempre in nome del bene comune s’erano distinte per via illecita. La riscossione delle tasse che in altre epoche e civiltà poteva ambire di far leva sul dovere civico, qui ritornava alla sua schietta sostanza d’atto di forza (così come in certe località all’esazione da parte dello stato s’aggiungeva quella d’organizzazioni gangsteristiche o mafiose), atto di forza cui il contribuente sottostava per evitare guai maggiori pur provando anziché il sollievo della coscienza a posto la sensazione sgradevole d’una complicità passiva con la cattiva amministrazione della cosa pubblica e con il privilegio delle attività illecite, normalmente esentate da ogni imposta.

Di tanto in tanto, quando meno ce lo si aspettava, un tribunale decideva d’applicare le leggi, provocando piccoli terremoti in qualche centro di potere e anche arresti di persone che avevano avuto fino a allora le loro ragioni per considerarsi impunibili. In quei casi il sentimento dominante, anziché la soddisfazione per la rivincita della giustizia, era il sospetto che si trattasse d’un regolamento di conti d’un centro di potere contro un altro centro di potere.
Cosicché era difficile stabilire se le leggi fossero usabili ormai soltanto come armi tattiche e strategiche nelle battaglie intestine tra interessi illeciti, oppure se i tribunali per legittimare i loro compiti istituzionali dovessero accreditare l’idea che anche loro erano dei centri di potere e d’interessi illeciti come tutti gli altri.

Naturalmente una tale situazione era propizia anche per le associazioni a delinquere di tipo tradizionale che coi sequestri di persona e gli svaligiamenti di banche (e tante altre attività più modeste fino allo scippo in motoretta) s’inserivano come un elemento d’imprevedibilità nella giostra dei miliardi, facendone deviare il flusso verso percorsi sotterranei, da cui prima o poi certo riemergevano in mille forme inaspettate di finanza lecita o illecita.

In opposizione al sistema guadagnavano terreno le organizzazioni del terrore che, usando quegli stessi metodi di finanziamento della tradizione fuorilegge, e con un ben dosato stillicidio d’ammazzamenti distribuiti tra tutte le categorie di cittadini, illustri e oscuri, si proponevano come l’unica alternativa globale al sistema. Ma il loro vero effetto sul sistema era quello di rafforzarlo fino a diventarne il puntello indispensabile, confermandone la convinzione d’essere il migliore sistema possibile e di non dover cambiare in nulla.

Così tutte le forme d’illecito, da quelle più sornione a quelle più feroci si saldavano in un sistema che aveva una sua stabilità e compattezza e coerenza e nel quale moltissime persone potevano trovare il loro vantaggio pratico senza perdere il vantaggio morale di sentirsi con la coscienza a posto. Avrebbero potuto dunque dirsi unanimemente felici, gli abitanti di quel paese, non fosse stato per una pur sempre numerosa categoria di cittadini cui non si sapeva quale ruolo attribuire: gli onesti.

Erano costoro onesti non per qualche speciale ragione (non potevano richiamarsi a grandi principi, né patriottici né sociali né religiosi, che non avevano più corso), erano onesti per abitudine mentale, condizionamento caratteriale, tic nervoso. Insomma non potevano farci niente se erano così, se le cose che stavano loro a cuore non erano direttamente valutabili in denaro, se la loro testa funzionava sempre in base a quei vieti meccanismi che collegano il guadagno col lavoro, la stima al merito, la soddisfazione propria alla soddisfazione d’altre persone. In quel paese di gente che si sentiva sempre con la coscienza a posto loro erano i soli a farsi sempre degli scrupoli, a chiedersi ogni momento cosa avrebbero dovuto fare. Sapevano che fare la morale agli altri, indignarsi, predicare la virtù sono cose che trovano troppo facilmente l’approvazione di tutti, in buona o in malafede. Il potere non lo trovavano abbastanza interessante per sognarlo per sé (almeno quel potere che interessava agli altri); non si facevano illusioni che in altri paesi non ci fossero le stesse magagne, anche se tenute più nascoste; in una società migliore non speravano perché sapevano che il peggio è sempre più probabile.

Dovevano rassegnarsi all’estinzione? No, la loro consolazione era pensare che così come in margine a tutte le società durante millenni s’era perpetuata una controsocietà di malandrini, di tagliaborse, di ladruncoli, di gabbamondo, una controsocietà che non aveva mai avuto nessuna pretesa di diventare la società, ma solo di sopravvivere nelle pieghe della società dominante e affermare il proprio modo d’esistere a dispetto dei principi consacrati, e per questo aveva dato di sé (almeno se vista non troppo da vicino) un’immagine libera e vitale, così la controsocietà degli onesti forse sarebbe riuscita a persistere ancora per secoli, in margine al costume corrente, senza altra pretesa che di vivere la propria diversità, di sentirsi dissimile da tutto il resto, e a questo modo magari avrebbe finito per significare qualcosa d’essenziale per tutti, per essere immagine di qualcosa che le parole non sanno più dire, di qualcosa che non è stato ancora detto e ancora non sappiamo cos’è. 

* da Repubblica, 15 marzo 1980 e in “Romanzi e racconti, volume terzo, Racconti e apologhi sparsi”, Meridiani, Mondadori

Nota biografica – Italo Calvino nasce a Santiago de Las Vegas (Cuba) nel 1923 e si trasferisce con la famiglia nel 1925 a San Remo. Si unisce ai partigiani durante la II Guerra Mondiale e, in questo contesto, nasce la sua prima opera “I sentieri dei nidi di ragno” (1947). Successivamente diventa un attivista del Pci, una militanza politica proseguita fino al 1956. Considerato uno dei più interessanti autori contemporanei, negli anni Settanta comincia a collaborare come editorialista al “Corriere della sera” prima e “la Repubblica” poi. Muore a Castiglione della Pescaia nel 1985. Tra le sue opere, la trilogia dei Nostri Antenati “Il cavaliere inesistente”, “Il barone rampante”, “Il visconte dimezzato”, “Marcovaldo”, “Le cosmicomiche”, “Se una notte d’inverno un viaggiatore”, fino al saggio “Lezioni americane” uscito postumo nel 1989. 

lunedì 8 ottobre 2012

Perché ha vinto Chavez


Di Antonio Moscato

Contro tutte le previsioni interessate della maggior parte della stampa europea, anche di centrosinistra, Hugo Chávez ha vinto ancora una volta, e con un margine tale da impedire contestazioni: 54,42% Chávez, 44,97% per Capriles. Non il 70% che nell’esaltazione della campagna era stato chiesto dal presidente, ma sempre un risultato ottimo. Gli elettori dell’area NI-Ni (“Né-Né”), cioè i delusi dal bolivarismo che non volevano però votare per la destra, e che costituirebbero il “Terzo Venezuela”, non sono risultati così numerosi, e in ogni caso hanno eroso solo marginalmente il consenso al presidente.
Un dato sottovalutato dai commentatori ostili (e sorpresi) è l’alta affluenza alle urne, che ha imposto in molti seggi il prolungamento del voto per oltre un’ora, fino all’esaurimento delle code. I votanti hanno superato l’80% dei votanti, segno inequivocabile di una passione politica che in Europa (per non parlare degli Stati Uniti) non esiste più da molti anni.
La ossessiva speculazione dell’opposizione sulle condizioni di salute del presidente, e quindi sul rischio che a breve scadenza gli possa subentrare qualcuno degli esponenti meno amati dell’apparato che lo circonda, non ha funzionato. Altra cosa sarà verificare se nelle elezioni dei governatori che si terranno il 16 dicembre il PSUV manterrà la stessa maggioranza, o se continuerà la dinamica che ha già portato l’opposizione al governo di alcuni degli Stati più popolosi in cui i candidati “bolivariani” erano considerati inefficienti, o corrotti, e in ogni caso non erano stati scelti dalla base.
L’assurdo è stato che in Italia si afferma spesso che la libertà di espressione sarebbe limitata in Venezuela. La verità è che il settore privato, ostile a Chávez, controlla ampiamente i mezzi di comunicazione: di 111 canali televisivi, 61 sono privati, 37 comunitari e 13 pubblici. Con la particolarità che l'audience dei canali pubblici non passa il 5,4 %, mentre quella dei privati supera il 61% E anche l'80% della stampa è nelle mani dell'opposizione, essendo i due giornali più influenti, El Universal e El Nacional, contrari al governo.
Ma siamo abituati alle montature propagandistiche, ad esempio quelle che drammatizzano quasi ogni giorno le notizie su Cuba, della nostra stampa “indipendente”, che è invece schierata - con una compattezza da socialismo reale - a favore delle peggiori proposte di Monti, sia pure senza troppo successo.
L’importante è che l’esperimento di Chávez non sia stato interrotto come sperava l’imperialismo europeo, né indebolito da uno scarto troppo piccolo di voti rispetto all’avversario, determinando una fase di instabilità. È ovvio che questo avrebbe avuto ripercussioni pesanti in tutta l’America Latina. Enrique Capriles assicurava che non avrebbe interrotto le politiche di “convergenza bolivariana” de nuestra América, ma questa dichiarazione era inattendibile nell’uomo che durante il golpe del 2002, appena dieci anni fa, aveva tentato di assaltare l’ambasciata di Cuba. E la parte più positiva e originale del programma di Chávez era proprio quella internazionale: la creazione dell’UNASUR, l’Unione delle Nazioni Sudamericane, l’allargamento del MERCOSUR, di cui il Venezuela è divenuto socio recente, superando non poche difficoltà. Un suo insuccesso avrebbe spostato anche i complessi equilibri nella neonata CELAC, la Comunità degli Stati Americani e Caraibici, e dato un colpo gravissimo alla già fragile Alleanza bolivariana per le Americhe (ALBA), che ha in Venezuela e Cuba l’asse portante. D’altra parte il presidente Obama, che pure ha finalmente dichiarato che il Venezuela non rappresenta un pericolo per gli Stati Uniti (bontà sua!), aveva comunque finanziato con 20 milioni di dollari l’opposizione, in perfetta coerenza con i principi della “non ingerenza” pretesa a destra e manca e mai praticata. Non sarà un pericolo, ma è meglio che Chávez se ne vada…
E una conferma dell’importanza della sua vittoria per tutto il continente viene dall’immediato commento di Cristina Fernández Kirchner, la prima a congratularsi: “La tua vittoria è anche la nostra. È quella dell’America del sud e del Caribe. Forza Higo! Forza Venezuela! Forza Mercosur e Unasur”.
Perché i sostenitori di Chávez nel mondo sono stati col fiato sospeso fino a ieri? Perché il suo bilancio sul terreno della trasformazione del paese non era così esaltante. Certo, ci sono stati risultati sottovalutati all’estero, ma apprezzati in patria, soprattutto dai beneficiati. Per esempio la recente creazione di altre 30.000 abitazioni confortevoli e moderne (tre stanze, cucina e due bagni) per i danneggiati dalle alluvioni di un paio d’anni fa. Iniziativa elettoralista? Magari ce ne fossero da noi, di queste: pensiamo a come sta ancora L’Aquila…
E non è vero che queste iniziative siano state fatte solo a ridosso delle elezioni: in Italia nessuno ne ha parlato, ma ad esempio, e senza troppa propaganda, è stata costruita a tempo di record una rete teleferica che collega alla città il popoloso barrio di San Agustín, un caotico ammasso di baracche e case autocostruite sui monti che circondano il centro. Una modernissima cabinovia, gratuita, che ha permesso a molti anziani bloccati da anni nelle favelas più alte e lontane, collegate solo da strade precarie o addirittura da ripide scalinate, di rimettere piede in centro. Decisa nel 2006, la prima pietra fu posta già nel novembre di quell’anno, e nel 2010 era già completato un primo tratto con cinque stazioni, mentre quest’anno dovrebbe esserne completato un altro ben più lungo. Ce lo sogniamo noi questo tipo di efficienza e rapidità? E quale opera pubblica è mai stata concepita da noi per migliorare esclusivamente le condizioni di esistenza degli strati più poveri della popolazione, senza nessuna ricaduta economica per lo meno a breve termine?
Chi ignora queste concrete trasformazioni delle condizioni di vita di tanti abitanti di Caracas, non può capire il loro impegno a sostenere il presidente. Dopodiché si può anche sospettare che l’impresa austriaca Doppelmayr e la multinazionale brasiliana Odebrecht (che hanno costruito l’opera insieme al ministero venezuelano delle Infrastrutture) abbiano guadagnato parecchio, e che qualche esponente della “boliburguesía” ci abbia ricavato un bel gruzzolo. Si può obiettare che nonostante quest’opera e nonostante le misiones il reddito medio degli abitanti delle centinaia di San Agustín che ci sono nel Venezuela non sia cresciuto a sufficienza, e che in definitiva si sia mantenuto sostanzialmente il divario rispetto ai redditi degli strati più ricchi. Si può contestare la fondatezza dello slogan sul “socialismo del XXI secolo”, ricordando che negli anni di Chávez il peso del settore privato nel PIL è aumentato significativamente.
Si può anche e soprattutto discutere la fortissima personalizzazione del potere, e il ruolo schiacciante del presidente (che lo rende tra l’altro più vulnerabile dai suoi nemici), ma non si può sfuggire alla domanda: cosa sarebbe l’intera America Latina senza l’impulso dato da questo originale presidente, e senza la sua popolarità dovuta alla semplicità del suo programma, che ha permesso la straordinaria mobilitazione dal basso che lo ha liberato al momento del golpe del 2002?
da ilmegafonoquotidiano.it

giovedì 4 ottobre 2012

OSTRICHE SÌ, CULTURA NO


Di Nicola Piovani da "Il Fatto Quotidiano"

Molti sanno quante difficoltà abbiano oggi in Italia le compagnie teatrali e di danza, i musicisti, gli artisti di giro insomma, il cui lavoro dipende in gran parte dalle organizzazioni comunali, provinciali, regionali. Quasi tutti i festival e le rassegne locali, che sono il sale della cultura civile del territorio, agonizzano sotto i tagli finanziari degli enti locali e le tournée vanno scomparendo. La vitalità culturale del nostro bel Paese vive molto sulle attività artistiche decentrate, ma, con i recenti tagli, gli operatori soffrono e rischiano la paralisi. Le giustificazioni degli amministratori del pubblico denaro ormai sono sempre le stesse, un ritornello disarmante: “Non ci sono più i fondi, le casse pubbliche sono vuote. Se dobbiamo tagliare agli asili nido, figuriamoci se possiamo finanziare iniziative artistiche e culturali. È la crisi, bellezza!”. Perciò quasi tutti noi ci abbiamo creduto, ci siamo rassegnati. “Se i soldi non ci sono, rinunciamo ai festival del jazz, del barocco, delle drammaturgie, della danza. La gente di provincia resti a casa a guardare la televisione e gli artisti, i tecnici, i lavoratori dello spettacolo restino pure disoccupati”. Poi però leggiamo i giornali dell’ultima settimana e scopriamo che molti consiglieri di regioni, province e comuni tritano in lussi – legali e non – cifre bastanti a finanziare valanghe di iniziative di spettacolo: spendono in poche cene sontuose denari sufficienti per un’intera stagione da camera. E la nostra irritazione cresce: rimborsi chilometrici per la casta sì, concerti popolari no; ostriche a sbafo sì, poesia pubblica no; festini in maschera sì, commedie musicali no.Mi auguro almeno che, dopo quel che è venuto fuori, per giustificare i tagli alle attività artistiche e per legittimare l’analfabetismo di regime, gli amministratori pubblici si inventino qualche altra balla. Quella di prima non regge più. 
P.S. Spesso, per denigrare gli atteggiamenti e la volgarità di certi pubblici ladri, si usa il termine“ alla matriciana”. Invito tutti noi a portare più rispetto alla matriciana, piatto meritevole e glorioso delle nostre tradizioni, che non merita di essere accostato a certi mascalzoni. C’è chi addirittura la preferisce alle ostriche delle cene elettorali.

martedì 2 ottobre 2012

Strage di Sant’Anna di Stazzema, niente processo per gli ex gerarchi delle SS


Da "IL FATTO QUOTIDIANO"
La Germania sbatte di nuovo contro un muro l’armadio della vergogna. La Procura di Stoccarda, dopo un’inchiesta di 10 anni, ha deciso che non saranno processati gli otto ex membri delle SSsospettati di aver preso parte al massacro di Sant’Anna di Stazzema dove il 12 agosto 1944morirono 560 persone, 116 dei quali ragazzi e bambini: il più piccolo aveva 20 giorni. Secondo la magistratura tedesca non ci sono prove che ciascun imputato abbia partecipato alla strage, tra le pagine più infami dell’occupazione nazista in Italia. In Italia invece il processo agli otto ex componenti ancora vivi della 16esima divisione corazzata “Reichsfuehrer SS” (il grado più alto tra le Schutz Staffeln e tra i reparti, se possibile, più sanguinari) si era invece concluso con condanne all’ergastolo. La decisione dei giudici tedeschi ha provocato lo sdegno – oltre che l’incredulità – dei sopravvissuti, del sindaco di Stazzema, di molti esponenti del centrosinistra.
Tra le posizioni archiviate anche quella dell’Untersturmführer della divisione Gerhard Sommer, oggi novantunenne, tra i condannati in via definitiva dalla Corte di Cassazione nel 2007. Ma la Germania ha sempre rifiutato l’estradizione, come fa di norma con qualunque cittadino in possesso del passaporto tedesco. Sommer vive attualmente in una casa di riposo ad Amburgo.
I magistrati: “Abbiamo fatto tutto il possibile, ma non ci sono prove”
L’archiviazione della Procura di Stoccarda è stata decisa innanzitutto perché, secondo i magistrati, non è più possibile stabilire il numero esatto delle vittime: nella regione si trovavano anche numerosi rifugiati di guerra provenienti da altre zone. I reati di omicidio e concorso in omicidio, per l’eccidio del paesino in provincia di Lucca, non sono prescritti. Tuttavia per la Procura tedesca era necessario per l’emissione di un atto di accusa che venisse comprovataper ogni singolo imputato la sua partecipazione alla strage. E questo per gli inquirenti tedeschi non è stato possibile.
Non è possibile, insomma, accertare con sicurezza che la strage sia stata un atto programmato ed un’azione di rappresaglia nei confronti della popolazione civile. Non solo: secondo la Procura è anche possibile che l’obiettivo perseguito dalle truppe tedesche fosse la lotta ai partigianipresenti nella zona e la cattura di uomini da deportare in Germania per compiere lavori forzati. La fucilazione dei civili avrebbe potuto essere stata decisa solo dopo la constatazione che gli obiettivi originari dell’azione militare tedesca non erano stati raggiunti. La Procura sottolinea nella sentenza il fatto che la mera appartenenza di un militare alle unità delle Waffen-SS non basta da sola a dimostrare l’effettiva colpa individuale nell’esecuzione della strage.
Il procuratore capo di Stoccarda, che ha coordinato le indagini, Claudia Krauth assicura: “Mi sento di assicurare ai sopravvissuti e ai parenti delle vittime che la procura di Stoccarda ha fatto tutto il possibile”. “Anche qui sentiamo il peso della nostra responsabilità”, ha aggiunto Krauth, e “abbiamo investigato con grande interesse e impegno”.
Tre ore per trucidare 560 vecchi, donne e bambini
In realtà in quel periodo la zona di Stazzema era definita “bianca”: cioè accoglieva sfollati. Ecco perché c’erano più persone rispetto al solito. I tedeschi stavano risalendo l’Italia, dopo che gli Alleati erano riusciti a sfondare la linea Gustav, tra il basso Lazio e l’Abruzzo. Ma secondo quasi tutte le fonti storiche i partigiani avevano già abbandonato l’area senza aver mai messo in piedi azioni militari significative contro le truppe naziste. Eppure all’alba del 12 agosto 1944 tre reparti di SS salirono a Sant’Anna. Un quarto chiuse ogni via di fuga a valle. Alle sette il paese era circondato, la popolazione in trappola: Sant’Anna era ormai destinata a rimanere una frazione senza più vita. I tedeschi ci erano arrivati grazie ai fascisti che ancora erano rimasti al fianco dei soldati del Reich. Gli uomini del paese fuggirono nei boschi per non farsi deportare. Rimasero gli anziani, le donne e i bambini. Erano inermi e erano sicuri che i nazisti non avrebbero avuto ragione per provocare quell’inferno che di lì a poco si sarebbe scatenato. 
Le truppe con la croce uncinata agirono in poco più di tre ore. Secondo il tribunale militare di La Spezia non fu una rappresaglia: non fu un atto di guerra. Fu un atto di terrorismo. Un’azione premeditata e curata nel dettaglio. L”obiettivo era terrorizzare i civili, i paesi vicini e i partigiani. Un avvertimento. Un avvertimento che costò la vita a 560 donne, vecchi e bambini disarmati e che non avevano mai reagito alla divisione Reichsfuhrer SS. Cinquecentosessanta vite trucidate a colpi di mitra e bombe a mano e poi fatte sparire nel nulla, perché bruciate in un incendio appiccato dagli stessi tedeschi. Per i reparti SS, d’altronde, non era la prima volta: avevano appena ucciso, alcune settimane prima, 68 civili a Forno (in provincia di Massa) anche grazie a uomini della X Mas. Poi la scia di sangue era proseguita in altri paesi della zona tra le province di Massa Carrara e Lucca: uccisero oltre 340 persone armati di mitragliette, ma anche mediante impiccagione e perfino con dei lanciafiamme. Per i reparti SS, però, quella di Sant’Anna non fu l’ultima tappa del loro percorso di terrore e morte. Il massacro di Marzabotto doveva ancora venire.
I superstiti: “Non ci credo”, “Una decisione senza logica”
Incredulità, rabbia, convinzione di aver subito, ancora una volta, una profonda ingiustizia: così la gente del paesino di Sant’Anna di Stazzema e soprattutto i pochi superstiti e i familiari delle vittime del massacro nazista si sono ribellati alla decisione dei giudici tedeschi. Cesira Pardiniai tempi dell’eccidio aveva 18 anni. E’ stata premiata con la medaglia d’oro per avere salvato due sorelle e un bambino di un anno. In quelle tragedia ha perso la mamma e due sorelle. Quando testimoniò in tribunale le chiesero se avrebbe perdonato, la sua risposta fu: “Eventualmente a perdonare devono essere mia mamma e le mie sorelle che non ci sono più, non certo io”. Oggi, alle notizie che arrivano dalla Germania, Cesira non riesce a trattenere rabbia e disappunto. “Non è giusto tutto questo – dice – E’ una decisione che non ha nessuna logica”. Rincara la dose il figlio Bruno Pellegrini che le sta vicino: “Come si fa a comprendere tutto questo? E’ un’offesa per tutte le vittime, non è giustificabile. A Sant’Anna hanno perso la vita innocenti, tra questi donne, mamme, bambini sotto la ferocia di questi soldati ed ora dalla Germania arriva la notizia che non li vogliono neppure processare, è una cosa assurda”.
Enrico Pieri, uno dei superstiti della strage, non riesce a darsi una spiegazione per la decisione dei giudici tedeschi: “Non ci credo, che abbiano deciso una cosa del genere, non è possibile, è una offesa per tutte le 560 vittime e tra queste bambini e donne innocenti, non si può accettare un verdetto del genere”.
Il sindaco di Stazzema: “Una notizia che ci offende”
Il sindaco di Stazzema, Michele Silicani, ha commentato incredulo le notizie giunte dalla Germania: “In questo caso si disconosce anche il lavoro di un tribunale militare italiano che nel corso degli anni ha svolto un lavoro importante su quanto accaduto; quello che mi lascia interdetto è che tra i gerarchi delle ex SS tedesche c’è anche un reo confesso che ha dichiarato che ha considerato donne e bambini, come fossero alla pari degli adulti e che si è reso responsabile di questo crimine di guerra. Sono stati discolpati i soldati, ma gli ufficiali e i sottufficiali sono ritenuti responsabili di quanto accaduto quel lontano agosto. E’ una notizia che ci ha profondamente offesi e addolorati”.
Anna Finocchiaro: “Il massacro di oltre 500 persone non può restare impunito”
Si dice sbalordita Anna Finocchiaro, capogruppo del Pd al Senato: “Esiste una verità storica documentata e nota – dice – Esistono sentenze della giustizia italiana. Il massacro di oltre 500 persone non può rimanere impunito. Sono sinceramente sbalordita dalla sentenza tedesca che archivia l’inchiesta sulla strage di Stazzema per mancanza di prove sufficienti a fronte di sentenze italiane che hanno individuato i colpevoli. Io mi auguro che il nostro Governo faccia ogni sforzo affinché sia rispettata la giustizia italiana e sia rispettata la memoria storica. Lo dobbiamo ala gente di Stazzema, lo dobbiamo agli italiani”.
Enrico Rossi: “C’erano dei rei confessi”
E’ una decisione che lascia sconcertati, secondo il presidente della Regione Toscana Enrico Rossi: “Anche perché tra gli indagati c’erano rei confessi, che pubblicamente hanno raccontato di aver sparato con la mitragliatrice su donne inermi”. “La presenza lo scorso agosto a Sant’Anna del presidente del Parlamento europeo Schulz, che ha deciso di partecipare alla commemorazione della strage – sottolinea Rossi – aveva sancito in modo solenne che il dolore di quella comunità è parte di una nuova cittadinanza europea: un’Europa unita non con il dominio ma con il diritto e la giustizia. La decisione ora del tribunale di Stoccarda ci fa fare un brutto passo indietro. Nessuno cerca vendetta: un massacro come quello di Sant’Anna reclama giustizia. Questo verdetto ora la nega”.

venerdì 28 settembre 2012

Caso Sallusti: libertà di opinione o di diffamazione?

 

 
di Michele Martelli

Intorno al “caso Salusti”, c’è stato un coro quasi unanime di solidarietà, una generale levata di scudi a difesa della «libertà di stampa» che sarebbe stata messa a grave rischio dalla condanna del direttore del “Giornale”, allora direttore di “Libero”, per un semplice «reato di opinione», punito col carcere solo negli Stati totalitari.

Una solidarietà trasversale, espressa da uomini politici, rappresentanti delle istituzioni, direttori di giornali e giornalisti di stampa e tv: l’elenco è lunghissimo, va da Franceschini (Pd) a Maroni, da Alfano e Schifani, da Perina (Fli) a Santanché, da Di Pietro (Idv) a Bonanni (Cisl), da De Bortoli a Ezio Mauro a Mimum a Mentana a Floris e chi ne ha più ne metta. Al coro non è mancata nemmeno la voce della Fnsi, che ha consigliato ai giornali, per protesta (!?), di lasciare «spazi bianchi in prima pagina».

Proviamo a discutere due o tre punti della questione.

1) Innanzitutto, si è davvero trattato di un «reato di opinione»? Anche se, talvolta, il confine tra opinione e diffamazione è labile, in questo caso la risposta è “no”. I giudici della Corte costituzionale (insieme ad alcuni commentatori più avveduti) hanno già chiarito l’equivoco: il reato c’è stato, eccome, e non era «di opinione», bensì di diffusione di notizie palesemente false, che ledono la dignità personale. E tale era la «notizia» del presunto ordine di «aborto coattivo» da parte del giudice Cocilovo alla tredicenne torinese. No, l’aborto fu volontario, con tanto di firma della minorenne e della sua mamma; il magistrato ne ha solo garantito la liceità giuridica, in base alla legge 194/78, denominata per l’appunto Ivg (Interruzione volontaria della gravidanza).

E allora, perché confondere la liberta di stampa con la libertà di diffamazione? Non si rischia l’ammucchiata di centro-destra-sinistra (compreso il neodirettore vendoliano Telese), nella gaudiosa “Casa delle libertà”, in cui ognuno dice e fa quel cavolo che gli pare, come recitava una volta Corrado Guzzanti nei suoi geniali sketch satirici in tv?

2) La Corte di Cassazione non ha condannato Sallusti, ma ha solo confermato la sua condanna emessa dal tribunale di secondo grado, non ravvisando vizi di forma. E allora perché prendersela con la Corte? Illiberali i giudici? No, illiberale la legge, che punisce col carcere la diffamazione, e parliamo del Codice Rocco, approvato negli anni trenta, tuttora in vigore, e, sul punto, rimasto immutato. Semplicemente: i giudici hanno applicato una legge del ventennio, che nessuna maggioranza politica, né democristiana né craxiana, né prodiana, ha mai modificato. E nemmeno quella berlusconiana, fatta, del resto, in gran parte di ex- e post-fascisti, nostalgici del Duce e del saluto romano. Il “caso Sallusti” sembra quasi una nemesi storica.

E poi, la legge si può modificare, certo, ma menzogna e diffamazione vanno comunque punite (con ammenda, ritrattazione e, se necessario, detenzione, come suggerisce Travaglio sul “Fatto quotidiano” di oggi). Altrimenti, ognuno è libero si screditare chiunque a mezzo stampa (sostituire la pena detentiva con quella pecuniaria, come sembra proporre l’attuale Guardasigilli, è cosa ridicola, per chi ha i soldi per pagarla).

Si dice: Sallusti condannato per un articolo scritto da un altro? «Una porcata». Un direttore di giornale dovrebbe controllare tutto quello che scrivono i suoi redattori? Impossibile. Ma cerchiamo di puntualizzare. Gli articoli incriminati sono almeno due, quello anonimo di Dreyfus e quello di Monticone. Con tanto di titolazione in prima pagina. Un direttore responsabile non controlla nemmeno la prima pagina del suo giornale? Dopo i politici, avremmo anche un direttore a sua insaputa, in tutt’altre faccende affaccendato, invece di dirigere il giornale. Suvvia, scherziamo?

D’altronde, Sallusti difende tuttora la scelta di aver pubblicato quegli articoli, di cui non ha mai ritenuto di rettificare la “notizia falsa”, rivendicando la libertà di opinione. Ma qui si tratta di fatti, non di opinioni e interpretazioni. I fatti, accertati dai giudici, gli danno torto? Ebbene, peggio per i fatti. Perché tanta caparbietà? Primo, perché, malgrado la retorica delle dimissioni e dell’addio alla redazione, egli sa che resterà al “Giornale” di famiglia; e poi sa, lo sappiamo tutti, che presto a suo pro verrà imposto in parlamento un ddl ad personam.

3) Infine, qual è il reale motivo dell’attacco del 2007 di “Libero” al giudice torinese? Ce lo spiega il legale di Sallusti: «Nel mirino non c’era Cocilovo ma l’intero “sistema” che consente l’aborto» (“il Giornale”, 27/09/2012, p. 2). Dunque, la diffamazione di una persona era strumentale ad una lotta politica condotta senza scrupoli? Senza temere di incorrere in reati? Si screditava il giudice per screditare la legge 194/78. Nel 2007 c’era il governo Prodi bis, si discuteva di Pacs e Dico, di procreazione assistita, fine vita e aborto: su questi temi, su cui si mobilitò la Chiesa di Ruini, Prodi cadde. Alle elezioni dell’anno dopo, guarda caso, stravinse Berlusconi.

Oggi siamo alle porte di nuove elezioni. Vedremo quanto gioverà elettoralmente alla formazione politica di mister B. questa nuova campagna antiabortista e filoclericale del “Giornale” e di “Libero”. Questo lacrimoso e finto vittimismo di Sallusti perseguitato dalle “toghe rosse” (ma non erano “nere”, poiché applicavano una legge del ventennio?) e da una “magistratura politicizzata e giustizialista” (tale solo se e quando compie indagini e emette sentenze sfavorevoli a B.& Company?).

«Siamo [siete, n.d.r.] tutti Sallusti», ha scritto l’intera redazione del “Giornale”.
Non c’era bisogno di dirlo. Lo sapevamo.

giovedì 27 settembre 2012

Due o tre cosucce sul caso del martire Sallusti. E perché non è il caso di piangere

Di ALESSANDRO ROBECCHI

Va bene, pare che tutto il mondo “intellettuale” italiano, con tutto il milieu giornalistico in prima fila, compatto e granitico, sia in grandi ambasce per il rischio che Alessandro Sallusti, oggi direttore de Il Giornale e al tempo dei fatti di Libero, finisca in galera a seguito di una condanna per diffamazione. E’ confortante assistere a una così poderosa levata di scudi contro la restrizione della libertà personale, e dispiace semmai che tanta compattezza non si veda in altre occasioni. Tanta gente va in galera per leggi assurde e ingiuste – come circa tremila persone accusate del bizzarro reato di “clandestinità” – eppure la notizia è Sallusti. Bene, allora vediamola bene, questa notizia, al di là delle sentenze, delle polemiche, dei meccanismi della giustizia. Proviamo insomma ad applicare il vecchio caro concetto del “vero o falso?”

sallusti-alessandro

Il fatto. Nel febbraio del 2007 una ragazzina di Torino (13 anni) si accorge di essere incinta. I genitori sono separati. La ragazzina (che tra l’altro ha problemi di alcol ed ecstasy) vuole abortire, ha il consenso della madre, ma non vorrebbe dirlo al padre (i genitori sono separati). Per questo si rivolge alla magistratura. E’ quanto prevede la legge: mancando il consenso del padre si è dovuto chiedere a un giudice tutelare, che ha dato alla ragazzina (e alla madre, ovviamente) il permesso di prendere una decisione in totale autonomia. Come del resto precisato in seguito, a polemica scoppiata, da una nota dettata alle agenzie dal Tribunale di Torino: “Non c’è stata alcuna imposizione da parte della magistratura”.
L’articolo querelato. Strano che, in tutto il bailamme suscitato dal rischio che Sallusti finisca in carcere, nessuno si sia preso la briga di ripubblicare l’articolo incriminato. Anche in rete si fatica a trovare la versione completa, anche se basta scartabellare un po’ nella rassegna stampa della Camera dei Deputati per trovarlo (andate qui e leggetevelo: http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pa…). L’articolo (Libero, 18 febbraio 2007) è firmato con lo pseudonimo di Dreyfus (quando si dice la modestia) e racconta la vicenda in altri termini. La prosa maleodorante e vergognosa – un cocktail di mistica ultracattolica e retorica fascista – non è suscettibile di querela e quindi ognuno la valuti come vuole. Ma veniamo ai fatti. La vulgata corrente di questi giorni insiste molto su una frase, questa:
“… ci fosse la pena di morte, e se mai fosse applicabile in una circostanza, questo sarebbe il caso. Per i genitori, il ginecologo e il giudice”
E’ vero. Si tratta di un’opinione. Scema, ma un’opinione. Disgustosa, ma un’opinione.
Vediamo invece le frasi che non contengono opinioni ma fatti. Falsi.
Il titolo, per esempio: “Il giudice ordina l’aborto / La legge più forte della vita”.
Falso. Nessun giudice ha ordinato di abortire.
Altra frase: “Un magistrato allora ha ascoltato le parti in causa e ha applicato il diritto – il diritto! – decretando l’aborto coattivo”.
Falso. Il giudice ha dato libertà di scelta alla ragazzina e alla madre.
Ancora: “Si sentiva mamma. Era una mamma. Niente. Kaput. Per ordine di padre, madre, medico e giudice, per una volta alleati e concordi”.
Falso. Il padre non sapeva (proprio per questo ci si è rivolti al giudice) e le firme del consenso all’aborto sono due, quella della figlia e quella della madre.
E poi: “Che la medicina e la magistratura siano complici ci lascia sgomenti”.
Falso. Complici di cosa? Di aver lasciato libera decisione alla ragazza e a sua madre?
Ora, sarebbe bello chiedere lumi anche a Dreyfus, l’autore dell’articolo. Si dice (illazione giornalistica) che si tratti di Renato Farina, il famoso agente Betulla stipendiato dai Servizi Segreti che – radiato dall’Ordine dei Giornalisti – non avrebbe nemmeno potuto scrivere su un giornale il suo pezzo pieno di falsità.
Non c’è dubbio che il caso della ragazzina torinese sia servito al misterioso Dreyfus, a Libero e al suo direttore Sallusti per soffiare quel vento mefitico di scandalo che preme costantemente per restringere le maglie della legge 194, per attaccare un diritto acquisito, per gettare fango in un ingranaggio già delicatissimo. Ma questo è, diciamo così, lo sporco lavoro della malafede, non condannabile per legge.
Condannabile per legge è, invece, scrivere e stampare notizie false. Di questo si sta parlando (anzi, purtroppo non se ne sta parlando), mentre si blatera di “reato d’opinione”.
Il reato d’opinione non c’entra niente. C’entra, invece, e molto, un giornalismo sciatto, fatto male, truffaldino, che dà notizie false per sostenere una sua tesi.
Per questo la galera vi sembra troppo? Può essere. Ma per favore, ci vengano risparmiati ulteriori piagnistei sul povero giornalista Sallusti che non può dire la sua.
PS) Un mio vecchio maestro di giornalismo, all’Unità (sono passati secoli, ma io gli voglio ancora bene), scrutava i pezzi scritti da noi ragazzini con maniacale attenzione. Quando trovava qualcosa di querelabile ci chiamava e ci diceva: “Vuoi che ci portino via le rotative? Vuoi che ci facciano chiudere il giornale dei lavoratori?”.
Nel fondo di oggi su Il Giornale, Sallusti lamenta con toni da dissidente minacciato di Gulag, che non intende trattare per il ritiro della querela, che ha già pagato 30.000 euro e non vuole pagarne altri 30.000. Spiccioli. Ecco. Forse “portargli via le rotative”, come diceva il mio vecchio compagno sarebbe meglio. Meglio anche della galera. Di molte cose abbiamo bisogno, ma non di un martire della libertà con la faccia di Sallusti.

Da Micromega (http://blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/2012/09/26/alessandro-robecchi-due-o-tre-cosucce-sul-caso-del-martire-sallusti-e-perche-non-e-il-caso-di-piangere/)

lunedì 24 settembre 2012

Monti, il Papa oscurantista e lo spread bioetico



Roma, Castel Gandolfo, 22 settembre 2012. «Non cedete su aborto, famiglia, eutanasia e pratiche eugenetiche»: questa la sintesi giornalistica dell’appello rivolto da Benedetto XVI alla delegazione dell’Internazionale Dc (Idc), guidata da Pier Ferdinando Casini. Il Papa, proprio perché al tempo stesso Vescovo di Roma e Capo della Chiesa universale, intenzionalmente se non ufficialmente quando parla, parla sempre urbi et orbi, cioè alla città (Roma) e al mondo. E, più che non appaia, più spesso urbi che orbi. Non a caso Roma è sin dal profondo Medioevo caput mundi (capitale del mondo) del cristianesimo papale.

Ora, applichiamo questo ragionamento alla recente udienza di Castel Gandolfo. Intanto, l’Idc raccoglie partiti quasi tutti dell’America latina e dell’Europa occidentale (riuniti a loro volta nel Ppe, Partito popolare europeo, di cui è membro anche il Pdl); inoltre, è una sigla che sin dalla sua nascita, nel 1962, ha oscillato tra due significati complementari: Internazionale democratico-cristiana o democratico-centrista; infine, ne è presidente Pierferdi Casini fin dal 2006, cioè fin da quando decise di allontanarsi, figliol prodigo, dalla “Casa” madre berlusconiana per lanciare il Terzo polo o grande Centro, ovvero ridar vita alla grande Balena bianca (l’ex Dc seppellita a Tangentopoli).

Dunque, a chi si rivolgeva davvero il papa, a Roma, all’America latina o all’Europa? Non all’America latina, mi pare. Qui non ci sono, per il momento, governi o partiti che portino un attacco “laicista” sui temi bioetici. Né all’Europa extra-italiana, dove quasi ovunque sono stati legalizzati aborto, unioni civili, anche omosessuali, procreazione eterologa, libertà di fine-vita e talvolta anche l’eutanasia, in ottemperanza alla Carta europea dei diritti (1999). Qui, di fatto, sui temi bioetici, i partiti del Ppe hanno già ceduto da tempo. Certo, l’appello papale è forse un rimprovero per aver ceduto. Quando Benedetto si richiama alle “radici cristiane” dell’Europa vorrebbe forse non solo fermare, ma far girare a ritroso la ruota della storia: un’impresa palesemente erculea, un miracolo che nemmeno un Santo Padre può fare. Un miracolo oscurantista, che riporterebbe l’Europa dei diritti non alla post-, ma alla pre-modernità, al Medioevo.

Benedetto si rivolgeva dunque a Roma, all’Italia, e a Casini, che aveva davanti. Intanto, era un implicito invito all’unione dei cattolici italiani in politica. Un assist alla “Costituente di Centro”, di cui va cianciando Casini. Un progetto, a quanto sembra, morto prima di nascere. Ma che, se nascesse (chissà che fine farà il Pdl, se il Caimano scompare?), sarebbe certo incentrato sul programma bioetico vaticano, a favore del quale Casini si è sempre apertamente schierato. Per ultimo, ha definito «incivili le unioni civili omosessuali», dando implicitamente dell’incivile all’Europa intera. Ma se si misura la “civiltà” nei termini papali, in cui è compresa l’indissolubilità del matrimonio, come non chiedersi se sia “civile” lo stesso ineffabile Pierferdi, eroicamente divorziato e riammogliato? Forse a Castel Gandolfo il papa era distratto, o ha fatto finta di non vedere che Casini aveva di fronte.

In ogni caso, il «Non cedete» papale era implicitamente rivolto, tramite Casini che ne é il più entusiasta sostenitore, anche al “governo tecnico” di Monti, dove la presenza dei cattolici è dominante. A cominciare da Monti stesso, il cui primo atto da premier incaricato fu la visita al papa (sempre meglio, comunque, del doppio baciamani di Berlusconi edizione 2008), per farsi poi subito fotografare con consorte all’uscita dalla messa domenicale. Ora, Benedetto non potrebbe che elogiarlo e incoraggiarlo, il governo Monti, per quello che sin qui ha fatto, dalle regalie dell’otto per mille al finanziamento delle scuole cattoliche. O non ha fatto, mentre avrebbe dovuto farlo.

Due i casi lampanti. Il primo, l’esenzione dall’Imu degli immobili ad uso commerciale di proprietà della Chiesa cattolica, chiestaci da tempo dal Consiglio europeo in quanto trucca la concorrenza. Il secondo, la bocciatura, da parte della Corte dei diritti umani di Strasburgo, della legge 40 che impone il divieto (fortemente voluto, a suo tempo, dal cardinal Ruini, di cui Casini è il beniamino) della procreazione assistita: una legge, a giudizio della Corte, incoerente, e giuridicamente insostenibile.

Due punti in completo contrasto con la linea chiesastico-papale. Che cosa ha deciso il governo Monti? Non di fare, ma di non fare quello che gli chiedeva l’Europa, rinviando alle calende greche il pagamento dell’Imu da parte della Chiesa, e presentando un ricorso alla Grande Camera contro la sentenza di Strasburgo.

Ora, Monti si è adoperato fino all’impossibile per ridurre lo spread dei titoli di Stato, mettere al sicuro i conti pubblici, riformare il sistema pensionistico (e per carità cristiana, ha scaricato tutto sulle spalle di “Pantalone”, delle fasce più deboli, senza riuscire, almeno finora, nel suo intento risanatore). Ce lo chiede l’Europa, si è giustificato. E lo spread bioetico, che rischia di allontanarci sempre più vertiginosamente dall’Europa dei diritti civili? Non ce lo chiede l’Europa, di colmarlo?

A seguire i dettami del Santo Padre Benedetto, l’Italia sarebbe già fuori dall’Europa. E pronta ad apparentarsi con i paesi più retrogradi e oscurantisti dell’Africa, che considerano l’omosessualità un reato (altro che convolare a giuste nozze benedette da un prete, come chiede Vendola!). O con quelli dell’America latina, tipo Santo Domingo, dove, appena il mese scorso, Rosa Hernandez, una ragazza di 16 anni, incinta di 7 mesi e malata di leucemia, è morta insieme al suo bimbo.

Rosa si poteva curare con la chemioterapia, e salvarsi, ma avrebbe abortito. Ma l’aborto è vietato dall’articolo 37 della Costituzione dominicana (approvato nel 2009 dal Pld: sembra, guarda caso, un refuso di “Pdl”!), che definisce «il diritto alla vita come inviolabile dal concepimento alla morte naturale»: una definizione presa pari pari dal Catechismo e dai documenti e discorsi di Ratzinger. La mamma ha gridato in preda al dolore: «Me l’hanno uccisa. Sono morta, non sono più niente. Lei era la ragione della mia vita. Adesso non vivo più. Rosa è morta, che il mondo sappia che Rosa è morta».

Il papa lo sa? Casini, Monti e i suoi ministri cattolici lo sanno? Questa sarebbe l’Italia, se non ci fosse la legge 190 sull’Ivg (Interruzione volontaria della gravidanza), che il catto-integralismo ispirato da Ratzinger vorrebbe drasticamente limitare se non abolire (lo fa già la sanità lombarda del pio celeste Formigoni col diffuso ricorso all’obiezione di coscienza del personale medico-infemieristico).

Figuriamoci che Italia avremmo, se si applicasse integralmente il programma bioetico del papa. Sarebbe il caso di dire: «Dio ce ne guardi!».

Michele Martelli da Micromega (http://temi.repubblica.it/micromega-online/monti-il-papa-oscurantista-e-lo-spread-bioetico/)
Michele Martelli

«Ma perchè il Vangelo non dice mai se

Cristo ridesse?», chiesi senza una buona

ragione.

«Sono state legioni a domandarsi se Cristo

abbia riso. Credo che non abbia mai riso

perchè, onniscente come doveva essere il

figlio di Dio, sapeva cosa avremmo fatto

noi cristiani...»


Umberto Eco


Michele Martelli
Michele Martelli
Michele Martelli